le aziende occidentali da un po' di tempo sono a corto di mezzi contro quelle dell'est, tipicamente contro i coreani ed i cinesi.
nel corso degli anni passati, infatti, il basso costo di produzione cinese ha attratto investimenti anche ingentissimi e migliaia di posti di lavoro sono stati spostati dalle aziende, che hanno finito con il compromettere il loro mercato interno. perché -e questa è la cosa incredibile- non ci vuole un genio per comprendere che un disoccupato non comprerà prodotti, che poi è la cosa sulla quale tutta l'economia si basa dai tempi di roosvelt.
spostare la produzione lontano è stato uno di quei colpi geniali che tipicamente riescono alle persone molto intelligenti (mi viene in mente d'alema, come prototipo): in pratica l'applicazione finalmente perfetta di quello che, per citare un mio amico filosofo è "il missile occhetto: lo spari dalla bocca pensando di colpire il nemico e invece ti rientra dal culo".
fino solo allo scorso anno abbiamo tutti riso fragorosamente (io no, in effetti, ma non voglio correre il rischio di sembrare intelligente, presiedere una nuova bicamerale non mi interessa e la barca a vela mi dà la nausea, purtroppo) alla presentazione di modelli d'auto imbarazzanti da parte di case cinesi dai nomi ridicoli, tipo "grande muraglia". io non ho sorriso neanche un po', sapendo che i migliori MBA e i corsi più prestigiosi terminavano sempre e comunque dalle parti di pechino.
oggi i cinesi non solo hanno imparato a fare tutto quello che sappiamo fare noi, ma lo fanno meglio. investono nell'energia verde. pretendono auto elettriche e si comprano l'hammer tanto per fare i grossi. ridono di noi e non ci ascoltano neanche.
improvvisamente le aziende più grosse che conosco da questo lato degli urali, tra cui la mia, si ricordano che è centrale investire in posti in cui i diritti umani sono rispettati. io rido, fragorosamente e da solo, perché capisco che "diritti umani" è l'ultimo nome che, attaccati ai nostri insensati privilegi e all'opulenza ingiustificata, idiota e dannosa, sappiamo dare a qualcosa che dovremmo chiamare invece "vantaggio competitivo". poi guardo dall'altro lato degli urali, scoprendo che il capitalismo ed il libero mercato per funzionare hanno bisogno di poca libertà, poca ragione, poca informazione e capisco che in questo le nostre battaglie sono già tutte perse. combattiamo un nemico come noi che non si sforza di chiamare le cose con un nome che non hanno, e per questo vincerà. sta vincendo.
l'italia mi scivola addosso con soddisfazione di entrambi, ma perché essere avari e accontentarsi di lei, me lo chiedo: guardo affondare il mondo tutto nell'ineluttabile sentendomi anche se solo per poco il dottor manhattan.
mi riprendo subito, non sono blu e la cosa più pesante che riesco a sollevare sono coriandoli. lo sconcerto assale chiunque quando gli spiego che no, neanche il dottor manhattan può strappare entrambe le braccia contemporaneamente alla stessa persona. a chi non crede porgo un foglio di carta con due intagli e prego, prego che la fisica sia cambiata, che cambi solo un secondo lasciando cadere le mele in alto e strappare le braccia, assieme, a qualcuno. invece no, la fisica è li, e ci resta, come il foglio stolido nella mano ed un pezzo -un solo pezzo- nell'altra.
dell'anatomia mi sarebbe piaciuto conoscere i muscoli anonimi che urlano il giorno dopo la corsa, i fasci sottili che emergono, lame, gli ultimi duecento metri mentre giuro che saranno gli ultimi duecento metri, o i nervi, i tendini, le ossa che immagino di poter lucidare, staccando i muscoli con le dita come si fa col pollo ben cotto. potrei capire come disegnare manhattan al di là del colore e della tecnica. ma ignoro l'anatomia, perché voglio sognare tesori infiniti dietro quello che vedo e sotto la pelle, e conoscere i nomi di tutto quello che c'è non aiuta a sognare.
certe volte l'estate mi sento definitivamente sbagliato, mentre tutti si ingozzano di angurie gelate, in fette da un chilo ciascuna, sputando noccioli lontano. quelli del dottor manhattan arriverebbero a dubai e ne mozzerebbero i ridicoli palazzi, inutili vestigia del passato di domani. mi domando perché la frutta mi piaccia aspra, i dolci neutri, il caffè amaro e i liquori secchi. è solo la fortuna e nient'altro che mi fa amare il mare salato, mentre attento limito il sodio nel resto.
dovrei ricomprare un violino, e suonarci grappelli, ma non so bene come la prenderebbe il dottor manhattan, benché confidi nel consueto suo scarso interesse per le cose umane: che mi lasci suonare il violino mentre affonda la barca, mentre tutto mi scivola attorno e sudo, ma poco, per il caldo cocente, che adoro.
[
quando suona il festivalbare
io vado nei bare a bere
bire su bire e dire
che sono pure astemio
#dj gruff::svarionato*
]
il racconto della nostra vita, oggi, è il racconto di come abbiamo scambiato la perizia con la ripetibilità, l'abilità con la prevedibilità, il genio con le regole.
scambio volentieri il mio tempo e il mio sangue e il mio viso liscio e senza cicatrici con l'abilità di tagliarmi la barba con un rasoio a mano libera, dopo essermi insaponato a pennello, considerando come in fondo non servono esattamente mani forti per tenersi stretta la propria vita, quanto piuttosto mani leggere e cuore saldo.
pensavo di aver imparato ad essere scaramantico, dall'ultima volta che ho brindato al ritorno di mr. mania pasteggiando col vitello grasso appena decollato.
invece no, non riesco a tenermi per me quello che il suddetto signore produce, quindi ecco qua: vi consiglio caldamente di fare un salto a conoscere viola (e il diavolo); il numero 9 è anche più bello degli altri, con la prima vignetta di ogni tavola che racchiude un po' di poesia buttata là, così, nella speranza che qualcuno raccolga.
continua a piacermi viaggiare di notte e del viaggiare di notte gli alibi enormi, pronti, succosi: no, perché sono stanco, no perché ho mal di testa, sai ho viaggiato di notte, no grazie ma credo riposerò un po' per riprendermi dal viaggio di stanotte.
ma io fingo, e con me la mia tempra maraging: a differenza dei city angels incontrati a mortadelland mentre gironzolavo fuori dalla stazione in attesa del cambio, la spina dorsale ce l'ho, e con lei la capacità di detestare i subumani.
non smetterò mai di chiedermi perché i recinti tra persone -che vorrei sacrosanti- ad oggi siano pateticamente basati su religioni, color della pelle e lunghezza dei cazzi: inutilità sonanti.
sogno invece un mondo dove ai sorci ed ai loro amici sia impedito calpestare la mia terra e respirare la mia aria, un mondo, insomma, dove i city angels siano sottoterra, non importa se vivi o morti.
[
senta lei, c'avrà pure le sue belle ragioni e dentro un raggio di sole il sapore del miele la natura e i suoi suoni. sono d'accordo con lei, tutto è davvero molto bello, fila a meraviglia, sento il mare dentro una conchiglia ma mi cago il cazzo e mi domando perchè mi cago il cazzo, non so più che mi piglia. #dj gruff::mi c..o il c..o*
]
che entri al lavoro o che esca, passo per il giardinetto che separa casa e bottega, e della primavera mi piacciono i bimbi che calciano il pallone e qualcuno è davvero un campione. l'inverno è freddo, piovoso come un'estate di monsoni e sporco di polvere negli angoli, nevica raramente e quando nevica la neve diventa marrone, uno schifo che serve a ricordare che firenze, in fondo, ha il colore della merda.
invece maggio è candido, ti aspetteresti i colori e invece è pallido. attraverso il parco e mentre i bambini mi dribblano guardo gli ippocastani fioriti coi loro enormi grappoli all'insù, come dei cazzi mai domi e mi commuovo a guardare la nevicata dei pollini bianchi dei tigli, che coprono tutto, filtrano il sole e ne tracciano i raggi.
e mi stupisco della meraviglia che provo nella routine, la prendo come una benedizione, mi inchino un poco e sorrido. le mamme mi sorridono anche loro, chissà a cosa pensano.
[
nel frattempo, disegno animali pisciando nella neve. non mi noterà nessuno
#invunche feat. iridio::non mi noterà nessuno*
]
un'alimentazione ricca in fibre e acqua o bevande -purché non astringenti, astenersi limone e te nero- porta tipicamente ad una peristalsi regolare ed abbondante (mai profumata, in ogni caso). ma tu mangia male, magari in piedi, mastica poco e dimenticati di passare in bagno, e diventerai affezionatissimo alla merda di cui sopra, tanto da non staccartene facilmente.
funziona così anche per le parole: te le tieni rimandando a tra cinque minuti e loro ti si seccano dentro, e farle uscire diventa quasi una fatica e di certo un dolore, e il bello è che non c'è un perché.
volevo solo dire che, appunto, non c'è un buon motivo per il quale non scrivere. non sono rimasto intrappolato in misteri intriganti e la mia vita scorre liscia come un mozzo da gara suntour, ne sento il soffio e pedalo.
e già che ci sono, scrivo. la solita merda: regolare, abbondante. mai profumata.
non riuscivamo ad accordarci su chi di noi tre fosse il buono, chi il coglione e chi lo sfortunato. enrico e paolo erano d'accordo nel rifilare a me il ruolo di coglione, senza tuttavia una linea chiara su chi fosse il buono: entrambi si ritenevano lo sfortunato. enrico stava per cedere definitivamente il ruolo di sfortunato, accontentandosi della bontà, che presa da solo era sempre meglio della coglionaggine che toccava a me, e il ruolo sembrava piacergli pure, ma ancora titubava.
sfruttai questa crepa nel loro muro altrimenti compatto e la buttai là: "scriviamo i ruoli su tre bigliettini, sarà la sorte a decidere per noi" e scrivemmo i ruoli in tre biglietti, li appallottolammo e li lanciammo, e ciascuno scelse il suo.
paolo aprì il bigliettino, scoprendo che era lui il coglione e reagì: "l'avevo detto, sono proprio sfortunato: una possibilità su tre, e tiro su proprio il biglietto da coglione".
aperto il suo biglietto, enrico era lo sfortunato. disse: "paolo, mi spiace che sia tu il coglione. siccome sono buono, ti cedo il mio ruolo".
io scoppiai a ridere senza neanche aprire il biglietto, e lo tirai in faccia a enrico. pronto, paolo disse "ma sì, lo vedi che sei tu il coglione? guarda cosa combini!".
felici di aver rimesso le cose a posto, enrico e paolo se ne andarono al bar, mentre io con le mani in tasca me ne tornai verso casa, ripensando a come mi avessero fregato ancora una volta.
poco fa cercavo di entrare nella mia casella di posta elettronica, e il sistema continuava a rispondermi che sbagliavo password.
l'ho riscritta due volte, convincendomi di un errore di digitazione, continuando a restare fuori dalla casella di posta.
poi ho pensato che fosse il tasto delle maiuscole, ma non era neanche lui.
solo alla fine ho visto che avevo sbagliato il nome. il cambiamento di prospettiva mi ha permesso di entrare, e ho capito:
questo mondo continua a riscrivere ossessivamente la password per trovare la soluzione ai suoi problemi, senza mai entrare nella soluzione.
e se non guarderemo a un cambiamento di prospettiva, beh, non entreremo mai.
vinta la pigrizia indosso un semplice k-way senza imbottitura sopra la felpa, guanti e cappello e volo in strada sotto zero, sulla bici. il moto mi tiene caldo e il respiro mi fa compagnia.
arrivo fino a piazza della repubblica per comprare un po' di libri e gironzolo per l'edison.
poi torno alla bici e mi perdo.
a firenze posso ancora perdermi, e perdermi davvero, con l'ignoto dietro la curva e le strade che non arrivano mai. gironzolo tranquillo, certo che prima o poi ritroverò la strada. invece no, la strada non la ritrovo, semplicemente faccio il giro più incredibile che potessi immaginare. torno a casa con le gambe doloranti, voglia di pasta e un sorriso di sfida al freddo, alle auto e alle strade che si conoscono.
oggi ho preso leve, chiave inglese e guanti da lavoro e mi sono messo di buzzo buono a riparare le mie due biciclette
[
ho comprato una vecchia bici mezza scassata poco dopo essere arrivato a firenze; ne ha passate diverse -compreso il furto di una ruota- ma alla fine ci sono affezionato. sono dimagrito, non ho mai più avuto l'affanno a salire le scale e ho risparmiato una quantità di soldi pazzesca. poi lo scorso compleanno c. me ne ha regalato una nuova, con la quale scendo le scale, faccio l'idiota e probabilmente mi spezzerò qualcosa, spero al massimo il polso
]
poi ho finito e mi sono fatto un bel giro con la vecchia, di un rosso sbiadito e in alcuni punti vinta dalla ruggine. devo dire che funziona tutto, la dinamo è rumorosissima e fa girare le persone, meglio di una ferrari sotto il sedere.
ho deciso che mi metterò a imparare l'arte del biciclettaio, perché non si sa mai. probabilmente cambierò tutto, di questa bici, a partire dal colore, per finire al peso, che immagino ridotto. poi si vedrà. intanto ho tirato fuori una incerata gialla dalla mia borsa di cantiere, l'acqua non mi fa paura, il freddo non me ne ha mai fatta, corro incontro alla primavera sulla macchina perfetta, respiro l'aria della sera, sporca, e canticchio una canzone mentre il gelo mi fa lacrimare.
[parlami ancora, con parole di sabbia. io sono qui ad ascoltare i tuoi sguardi #negazione::parole*]
assisto prevalentemente a concerti rumorosi, parte del divertimento sta nello schivare i coglioni che si lanciano gli uni contro gli altri, mentre sono nel mezzo -incasso alla grande o schivo benissimo, e quando il t'ai chi funzionava schivavo ancora meglio- e le parole, le parole sono affilate come lame, e mi piacciono più del resto.
[osservo, e non capisco gli ottusi: quello che manca è equità. il delirio che emerge dall'irrisolto racconta storie tristi e piene di fantasmi #atestabassa::delirio di equità*]
poi capita che -trascinato dalla donna- vada all'alpheus a sentire cristina donà. beh, non ho parole.
non ho mai ascoltato un/a cantante che dal vivo sia più intonata/a che in studio, ma questo in sé non spiegherebbe la gratitudine che provo.
quello che spiega la gratitudine che provo è un concerto emozionante, con sole due chitarre e due voci. un concerto che -tra le altre cose- mi fa tornare la voglia di scrivere canzoni (e mi fa ricordare che mostro sia VM con la slide guitar sulle ginocchia).
basterà un grazie?
[parlami dall'universo, di un codice stellare che morire non può di anime in continuo mutamento e abbracci nucleari estesi nell'immensità #cristina donà::universo]
il ricordo dei pranzi è sfocato nei dettagli, ma presente nell'aroma: qualunque cosa preparasse, mia zia la rendeva la più profumata, fragrante leccornia della storia, in un infinito migliorarsi.
dopo il pranzo, arrivava la frutta, e la frutta non mi piaceva, ricordo la necessità di mangiarla. la voglia di frutta sarebbe arrivata molto più tardi, proprio come mia madre mi raccontava: le bambine ti stanno antipatiche adesso, ma vedrai che un giorno antipatiche non lo saranno più - e invece no: per la maggior parte mi sono antipatiche anche adesso, specie se non riesco a trovare il cervello tra le tette, il culo e la fica. i maschi mi stanno viceversa antipatici a maggioranza bulgara, non avendo appunto tette etc.
ma questa è solo una lunga introduzione, mentre i fatti sono brevi.
due sono i caratteri distintivi dell'adultitudine, per me, da sempre: possedere un'automobile e saper sbucciare le arance in modo da ottenere, con un'unica operazione di asportazione di truciolo, una maschera indossabile, con due cerchi attorno agli occhi. mio padre possedeva un'automobile, anzi due, e sapeva sbucciare le arance, quindi lui era adulto e io bambino, tutto qua: sapeva trasformare la materia inutile, che si buttava via, in maschera, vedere il sogno nell'ovvio, se vogliamo. chi pensa che il sogno nell'ovvio ce lo vedano solo i bambini non ha conosciuto mio padre. per il resto, ci somiglia(va)mo molto, a parte che lui beveva caffè e io no. senza fretta, aspettavo pazientemente il momento di possedere un'automobile e sbucciare le arance. probabilmente aspettavo pazientemente anche il momento di bere caffè ed iscrivermi al partito comunista italiano, ma questa è un'altra storia.
adesso che ho trentanni, tutti attaccati, ed anzi ne ho quasi trentuno (che è uno dei numeri primi più simpatici, assieme al diciassette ed al ventitre) bevo quattro caffè al giorno ma non so sbucciare le arance a maschera, e nella materia so vedere solo l'ovvio o lo speciale che ci ha già visto qualcun'altro. vado in giro in bici o coi mezzi, e non possiedo un'auto, se si esclude la 2cv mollata ad impolverare nel garage di mio padre (tanto per cambiare).
in pratica non sono cresciuto abbastanza, oppure sono cresciuto troppo. bisogna che senta cosa ne pensa mio padre.
intercity notte.
superai la galleria.
giorno.
(l'ho scritto per questo)
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[
dall'ultima volta avevano i calcolatori, molte più auto e più personale. dall'ultima volta l'illuminazione dei parchi era stata migliorata e la maggior parte dei cespugli eliminati. la prossima volta ci sarebbero stati ancora più auto e calcolatori e ancor meno cespugli. kollberg stava pensando a queste cose; si asciugò la fronte con il fazzoletto e vide che era già bagnato.
#l'uomo al balcone::maj sjowall/per wahloo*
]
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queste due vignette:
vignetta uno; vignetta due;
differiscono solo per cinque piccoli particolari. riesci a individuarli tutti?
nota bene: la scelta di citare lo stesso giornale riduce il numero delle differenze.
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[...] un forte segnale di discontinuità, peraltro, viene dalla casa bianca. il campo da golf voluto da george w. bush è stato estirpato e sostituito con un campo di cotone. [...]
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[questo è parte di questo]
l'accesso all'informazione, come quello al cibo, alle cure ed al divertimento è diventato rapido. rispetto al mondo i cui ultimi bagliori la mia generazione ha conosciuto, tutta l'inofrmazione del mondo è a portata di mano.
ma l'interiorizzazione di quella informazione, quella non è cambiata.
comprare una chitarra è una operazione banale, che si compie con meno sforzo (anche economico) ed in meno tempo rispetto a prima. anche la costruzione di quella stessa chitarra è diventata spaventosamente più veloce, la sua lavorazione più precisa, la qualità più uniforme. escludendo la stagionatura, da albero a suono in meno di un'ora, mi sentirei di stimare.
quello che non è cambiato è il tempo che serve ad imparare a suonare. ci vogliono la stessa fatica, lo stesso interesse e la stessa dedizione oggi che ci volevano mille anni fa per pizzicare le corde in modo efficace; probabilmente ci vuole anche più fatica e più tempo, vista la proliferazione di tecniche, metodi e stili da imparare.
a tutto questo l'industria non dà risposte ed i nostri tempi neanche. anzi, è bene non soffermarsi troppo a pensare a tutto questo, altrimenti si finisce col volerla imparare davvero, la chitarra, ad appassionarsi a musica che non si riesce a vendere a carriolate, che non si riesce a produrre in serie e con la plastica*. si finisce con l'apprendere qualcosa invece di fruire passivamente di qualcos'altro, e questo rallenta l'economia, cosa che non si può accettare.
*ascoltare allevi quando è esistito da qualche parte rachmaninov, o anche quando a portata di mano si ha lelio luttazzi, è in effetti un sintomo del fatto che invece del soylent green finiremo col mangiarci la plastica.
ho gusti raffinati, ho gusti speciali.
mi piacciono maglioni di lana, specie quelli un po' lisi e che il tempo ha reso dipinti addosso alla mia pelle, e così le magliette. le camicie mi piacciono con il colletto italiano, le cravatte scure, con nodi piccoli, le giacche aderenti e tagliate italiane. mi piacciono le fibre naturali, e la plastica solo sotto l'acqua o in previsione del gelo.
mi piacciono le bici vecchie con i freni a bacchetta, e così le auto, di quelle che si distinguevano in un'epoca in cui nulla era uguale a null'altro. adoro i frigoriferi di un tempo e l'essere parchi, possedere poche cose, quelle che piacciono anche per cinque anni di seguito e senza stancare.
mi piacciono i motori efficienti, la tecnica elegante, le soluzioni semplici che costano molto pensiero e risparmiano molta fatica.
ma più di tutto mi piacciono i tramonti dal terrazzo dei miei, col sole gelido che sparisce chissà dove, lontano dal mare e lontano da me, adesso.
sull'autobus che mi portava al motorshow, qualhe giorno fa, riflettendo su quanto fossi fuori posto in mezzo ai miei colleghi ansiosi di provare gioie e dolori come conseguenza di donne (buoi) e motori, ho pensato a come il sistema manifatturiero sia ormai totalmente scollegato dalla realtà.
non essendo un antropologo, posso solo ipotizzare che, come armi, acciaio e malattie (op. cit.) hanno levigato l'uomo fino a farlo somigliare al ciccione di oggi, il modo di fare le cose (in effetti, l'acciaio di poco fa) oggi lo continua a tenere frenato quando invece potrebbe volare.
allora mi sono messo a prendere mentalmente degli appunti. oggi che tutto è un prodotto, incredibilmente la qualità in sé non solo non è più definita né definibile
[
ad esempio, la mia comprensione della "qualità totale" toyota è che il prodotto sia privo di difetti, venga progettato per ridurre all'origine il numero di errori, ma non dia risposte su quanto il prodotto risponda effettivamente ad una esigenza di chi lo usa
]
ma la serializzazione affligge campi lontanissimi: i libri per natale, quelli di ricette ed i mgmt ne sono un esempio clamoroso. ne sono un esempio ancor più clamoroso i broken social scene, che impiegano 24 persone per suonare come un trio e le risorse di michael jackson per avere il suono sporco come gli indigesti con ventimilalire.
se tutto nasce per essere consumato, mi sono detto, presto succederà anche con noi, ed anche i tramonti romantici saranno sostituiti da amplessi mediamente soddisfacenti, e comunque con fallimenti e/o insoddisfazioni entro 6 sigma, le poesie dai bugiardini ed i romanzi dai manuali di istruzioni.
occorre reagire. io mi metto a scrivere il manifesto per la manifattura del 2010, mi servono collaboratori e traduttori (in castigliano ed in inglese ce li ho già). astenersi perditempo e gente con poca fantasia e mi serve qualcuno che lo faccia sapere in giro, cioè che sparga la voce.
[
nel traffico del centro misurato a passi, a ridere da scemi in mezzo a quanti sembrano felici. che dici? legati su binari d'uniformità non va, leggeri rotoliamo sicuri. nell'aria si respira noi soli, se nella vita l'importante è saper essere leggeri.
#ak47::ritmo cardiaco*
]
la vera ricchezza è non fare nulla mentre tutti si affannano a fare qualcosa, è gironzolare per l'EUR affogato sotto l'acqua ridendo della frenesia, aprendo i finestrini e guardando il clielo scuro senza alcun timore. si girano tutti, a guardarci: una coppia di giovani che ci si aspetterebbe fossero produttivi, a quest'ora, e non essendolo evidentemente devono essere ricchi, ricchissimi, aristocratici, di più.
le mani lisce, la pelle tesa, torno a casa a cucinare senza l'assillo di nulla. firenze e l'ufficio lontanissimi, probabilmente se vado a controllare neanche esistono più.
io, a vederli suonare per la prima volta, nonostante ci fossimo incrociati per anni senza mai riuscirci prima, mi sono emozionato, perché nasconderlo.
io, c. ed il mio fedora arriviamo al ConteStaccio, roma, passiamo la selezione all'ingresso (credo di non essermi mai vergognato tanto) e dopo pochissimo -ti aspetteresti un quinquetto- e invece è una squadra di calcio, o qualcosa che le somiglia molto, che sale sul palco vestita indecentemente di rosa.
questi calciatori che invece del pallone hanno ottone e rullanti prendono tutta l'immediatezza che puoi immaginare e te la sparano nelle recchie senza dire neanche "spostati in là".
ecco, magari si potrebbe entrare nel dettaglio, parlare di come suonino bene, di come suonino strane certe cover nelle loro mani, di questo e quello, ma credo che non sia neanche poi così importante: se vai a vedere i pink puffers, quello che ti devi aspettare è maradona che segna i gol con le mani contro gli odiati inglesi.
è questo lo spettacolo massimo, finalmente la rivincita della musica sul racconto della musica, ed è proprio per questo che la pianto subito, se suonano vicino a dove sei, corri a vederli.
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una nota casa farmaceutica dichiara, nei suoi ultimi spot, che "ci piace partire da una soluzione, non dal problema", candidandosi autorevolmente, con questo slogan, al puttanata award del secolo.
infatti, ogni soluzione parte dall'analisi di un problema, persino le soluzioni immaginarie risolvono problemi inventati, almeno in un mondo dove sia esistito newton e poi me lo chiedo spesso: ma galileo, come potete ucciderlo così?
non bastasse questo, una compagnia che ha fatto del trattamento sintomatico delle malattie da raffreddamento il suo cavallo di battaglia, dichiara a gran voce: "persone, prima che sintomi".
per trovare più senso, immagino che la prossima loro pubblicità reciterà:
"alkjhegfasd! kloawppp, aòsjdap +weq0w8e"
con un miles davis campionato, in sottofondo.
abbiamo fatto una rissa coi tarantini. come abbiamo uscito il ferro, si sono cacati in mano. (op.cit.)
non vedo l'ora che arrivi, Synecdoche, New York.
come dicevo poco sotto, è solo inquinando di più che si può inquinare meno.
infatti, audi ce lo segnala: per consumare meno, bisogna girare in città come dei coglioni, a bordo di auto mediamente costose, e percorrere circa 100 km, assieme ad un amico possibilmente più coglione di noi con la stessa auto (ma nera: infatti perderà contro di noi, con l'auto chiara).
e che sia ben chiaro: a nessuno venga in mente di andare in bici: in città non ne esistono.
dalla pubblicità del gillette fusion, il famoso rasoio che unisce 5 lamette alla vibrazione generata da una pila, segue che non riuscirò mai e poi mai ad eguagliare la rasatura di mio zio col parkinson.
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oggi mi sono successe due cose che mi fanno propendere per lo scoramento.
una è la ricezione di un invito per unirmi, su facebook, ad un gruppo per non usare facebook. non uso facebook, e se devo impazzire dietro a queste contorsioni (il)logiche preferisco, se tanto mi dà tanto, impegnarmi a scopare per la verginità. tutto sommato, comunque, premuto il tasto delete si potrebbe ancora vivere sereni.
si potrebbe, ma non si può, perché l'altra notizia è: un podcast della società per la quale lavoro mi fa presente quale incredibile ("terrific!") fonte di guadagno sarà nel prossimo futuro la difesa dell'ambiente. cioè produrre continuamente, produrre cose sempre nuove che però inquinino meno delle precedenti. anche qui, il contorsionismo logico è notevole.
l'immaginazione è davvero al potere, come minacciavano con voce querula quarant'anni fa, se è vero che si può ormai usare una spada per spiegare che si odiano le spade, firmare per la sony per spiegare di essere indie, indossare camoscio se si è vegetariani, non usare facebook usandolo, produrre ed inquinare di più per inquinare meno.
rottamare un'auto mediamente inquinante e comprarne una nuova, ad esempio, vuol dire -ma questo non lo raccontano in molti- inquinare in modo colossale, felici di inquinare meno. qualcuno infatti deve estrarre il ferro per costruirla, il petrolio per crearne le plastiche e i megawatt di elettricità per lavorarla, e così via. la raccolta differenziata dei rifiuti non ci salva dall'inutilità dei nostri acquisti, ritarda solo il momento in cui dovremo mangiare i nostri rifiuti e scaldarci al fuoco della nostra plastica.
tutta l'industria si attrezza ormai -c'è chi lo fa meglio e chi peggio, ovviamente- per imparare a produrre in modo lean. lean vuol dire inventare un ciclo che ci metta pochissimo ad arrivare dalla miniera alla discarica. si rendono snelli i cicli, in sostanza, per appesantire meglio le persone.
dipendiamo in modo così pervasivo dalle macchine, da correre su tapis roulant che ruotano davanti alla tv, nella replica perfetta dell'incubo fordista.
è per questo che io sogno una centrale nucleare in ogni città, una discarica in ogni giardino, una centrale a carbone in ogni quartiere: per sbattere finalmente sotto gli occhi di tutti il buio che vedo nelle vetrine illuminate.
da una recente giro alla fortezza di firenze, si evince che la creatività, che per definizione non può mancare proprio nel mezzo di un festival della creatività, consiste nel leggere opuscoli splendidamente acconciati, o eventualmente nel ricevere pacchi di adesivi coloratissimi e preconfezionati, quindi nel decidere dove attaccarseli, se sulla fronte, sul braccio, su ambo le braccia, sulla minchia o chissà dove altro.
ecco, direi che ci siamo, al mondo in cui le parole non significano più nulla,:sono nient'altro che suono (molto creativo, peraltro).
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mi son comprato un paio di scarpe, ieri, solo ed esclusivamente perché mi piaceva la forma ed il colore; probabilmente non le userò mai, anzi verosimilmente le appenderò cme quadri in camera mia. in questo modo e con questo gesto ho introdotto nella mia vita, di fatto e per la prima volta, uno scollamento netto tra "ciò che mi serve" e "ciò che compro". non ci ho dormito, stanotte, finendo per decidere che no, non lo farò più.
il capitalismo non si uccide. non stiamo assistendo ad un crollo delle borse che ci regalerà un mondo nuovo. al massimo, continuerà a riproporci il vecchio con nomi nuovi, pratiche nuove, finanza nuova.
però, stavo pensando, è proprio da coglioni farsi fregare e comprare un paio di scarpe così. per questo il mio, di capitalismo, è morto o seriamente ferito.